Lontano
una notte,
sul monte,
solitario un pastore
cantare
a qualcuno
voleva,
ma in alto guardando
la luna e le stelle,
tremando,
un grido soltanto
ha levato.
Nessuno
è vicino.
Ogn’uomo, ogni donna,
ogni pianta,
per viver al mondo ha bisogno
di luce, calore,
da cieli lontani, da fuochi vicini.
Qualcosa di nuovo
che illumini, scaldi, alimenti.
Qualcosa di nuovo.
Qualcosa per vivere,
crescere, amare
qualcosa, qualcuno.
Qualcosa ch’è atteso ogni giorno,
qualcosa che manca,
si spera che giunga, che arrivi
improvviso, insperato.
Qualcosa di nuovo.
Qualcosa che cambi la vita,
Le stesse montagne di oggi che vedo,
m’appaion più alte di quelle d'ieri,
mi manca a salire la fede, il coraggio...
...e in fondo alla valle cammino.
Per gl’erti sentieri più alti segnati
il passo è più incerto, insicuro,
non regge, non dura l’impegno...
... e in fondo alla valle cammino.
Ad altri, riusciti a salire, più in alto,
affido il ricordo, il pensiero, il saluto
a audaci stambecchi, saltanti...
Andammini luntanu
francà mari è confini
è purtà li me passi
versu d’altri distini.
Ghjirà lu mondu sanu
è l’aghji cittadini.
Poi vultammini qui
à mezu à li me ghjenti
assuvà lu me versu
d’una passioni ardenti.
Fa ch’edd’ùn mori mai
a voce che tu senti.
Andarmene lontano
attraversare mari e confini
e portare i miei passi
verso altri destini.
Girare il mondo intero
e gli spazi cittadini.
Poi tornarmene qui
in mezzo alle mie genti
concimare la mia poesia
con le passioni ardenti.
Fare sì che non muoia mai
la voce che tu senti.
Antonio aveva un gallo, di nome era Romeo.
Cantava erto e fiero tra fave e peperon.
Poi c’eran tre galline dai nome altisonanti,
con l’uovo sempre pronto per sodo o zabaion.
Ma c’era gente in giro con fare assai sospetto,
vedevan Re Romeo già dentro il pentolon.
Romeo, capìta l’aria, ruppe testè gli indugi,
cercò altri rifugi per viver la pension.
La mia casa era quella dei nonni,
affacciata su un’aia di pietre,
a ridosso di una Pieve millenaria,
con la cucina pavimentata di lastre
dove si aprivano le porte di tante stanze.
I miei vestiti erano
un grembiulone a quadretti variopinti, d’estate,
ed una gonnella a pieghe azzurre, d’inverno.
I miei capelli erano
due code bionde più chiare del grano
legate sopra le orecchie
Fulgidi raggi di sole si infrangono
sui colli irti e verdeggianti.
Voli di uccelli quasi rasentano terra,
ali stanche tornano al proprio nido.
Colli svettanti di abeti,
camini fumanti di case di pietra,
voci di bimbi, carezze di mamme,
mormorio di ruscelli.
Ultimi tepori del giorno
ultime vanghe che affondano nella terra,
ultimi greggi che tornano all’ovile.
Tra poco sarà buio e la natura avvolta nell’oscurità.
Autrice Caterina Viti di 9 anni